Abruzzo da vedere – Chiesa di San Pietro ad Oratorium (Bussi – L’Aquila)
Visualizzazione 3D Chiesa di San Pietro ad Oratorium (Bussi – L’Aquila)
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Chiesa di San Pietro ad Oratorium
Dista circa sei chilometri da Capestrano, in direzione Bussi sul Tirino. Dell’antico cenobio, fondato nell’VIII secolo e facente parte del monastero di S. Vincenzo al Volturno, rimane oggi solo la chiesa nella ricostruzione del XII secolo. Nell’iscrizione posta sull’architrave del portale di accesso si legge che alla fondazione di S. Pietro ad Oratorium partecipa il re longobardo Desiderio: A Rege Desiderio fundata Milleno Centeno renovata. Monastero, dipendente dalla potente abbazia di S. Vincenzo al Volturno, viene posto a controllo di un vasto possedimento fondiario, costituito dalla valle Tritana. L’insediamento monastico è localizzato nel punto in cui la valle si restringe, non lontano dall’antico tracciato della Claudia Nova e dal fiume Tirino, ambedue importanti vie di comunicazione.
La gestione e il controllo di proprietà così vaste non è stata cosa facile e nel Chronicon racconta di varie ribellioni, databili tra l’VIII e il IX secolo, da parte degli abitanti della valle, che rivendicavano una presunta libertà dalle prestazioni servili dovute al monastero. Nel XV secolo, abbandonato dai monaci, diviene commenda degli Orsini e in seguito dei Piccolomini.
La pianta si articola in tre navate, ognuna delle quali conclusa da un abside. L’articolazione interna è scandita da archi a tutto sesto che si impostano su pilastri in pietra squadrata. Nel presbiterio, leggermente rialzato, si trova un ciborio duecentesco. La conca absidale è rivestita da affreschi del XII secolo che raffigurano Cristo e i 24 Vecchi dell’Apocalisse.
La facciata mostra il paramento lapideo originale, costituito da conci isodomi, fino all’altezza delle navate laterali; c’è un solo portale d’ingresso con un architrave decorato da motivi vegetali. Sulla facciata si nota il celebre e misterioso quadrato magico contenente la scritta: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.
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In Abruzzo c’è una chiesa che ha molte ragioni per far viaggiare la fantasia oltre a averne altrettante per meritare una visita legata alla storia e all’arte: San Pietro ad Oratorium.
San Pietro ad Oratorium
Il medioevo è un epoca ricca di suggestioni, che richiama alla mente leggende e storie di eroi, misteri e magie.
Ed ogni luogo legato a quel periodo scatena nella fantasia del visitatore questi richiami.
L’esterno di San Pietro ad Oratorium
La chiesa di San Pietro ad Oratorium si trova ai piedi di Capestrano, lungo la statale che da Bussi sale verso Navelli e poi all’Aquila.
Essendo però immersa in un boschetto lungo il fiume Tirino, non si nota dalla strada principale e bisogna seguire le indicazioni tra gli alberi.
Schiere di viaggiatori e storici sono state affascinate dalla suggestiva posizione della chiesa, e tutte le guide ne parlano ampiamente come parte integrante della visita.
L’esterno, arrivando dal retro, è molto semplice, con le tre absidi semicircolari di pietra spoglia.
Viene subito da chiedersi a quale remota epoca medievale è possibile far risalire questo capolavoro dell’architettura romanica.
Basta girarle intorno per arrivare davanti alla facciata ed ecco l’indicazione: la sua millenaria storia si trova tutta concentrata in una sola frase, che campeggia scolpita sull’architrave del portale:
a rege desiderio fundata anno milleno centeno renovata.
Ovvero: “fondata dal re Desiderio, rinnovata nell’anno 1100”.
Insomma siamo di fronte ad una chiesa fondata addirittura dall’ultimo re longobardo, Desiderio appunto, e che ben quattro secoli dopo assunse le forme romaniche che ammiriamo ancora oggi.
A farsi però qualche conto con la storia, da acuti osservatori, si scopre una cosa molto interessante.
Desiderio fu infatti re nel 756, ma a quella data la chiesa di San Pietro esisteva già almeno da quattro anni.
Questo si sa per certo in quanto gli antichi documenti della Cronica Vulturnense nel 752 confermano il possesso della chiesa ai monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno.
Insomma San Pietro è ben più antica di quanto dichiari l‘iscrizione ed è difficile capire cosa intendessero i monaci restauratori del 1100 con a rege desiderio fundata: forse il fatto che Desiderio aveva assunto la protezione del monastero?
Forse deliberatamente bararono con la storia, per conferire maggiore prestigio alla propria chiesa? O più semplicemente avevano un’informazione sbagliata?
Quadrato magico
Ma gli enigmi non finiscono qui. Sempre sulla facciata un blocco di pietra reca incisa una strana scritta composta di cinque parole sovrapposte:
rotas opera tenet arepo sator
Prima di chiederci cosa riveli questo arcano latino, si nota che la stessa frase può essere letta in tutti i sensi: da sinistra e da destra, dall’alto e dal basso.
Il quadrato fu inserito durante i lavori del 1100 e rappresenta sicuramente un simbolo magico della mistica medievale, ma molti studiosi non credono sia un’unica frase di cinque parole.
Preferiscono intendere la seconda parte (arepo sator) come la lettura alla rovescio della prima ed interpretando pertanto la ripetizione: sator opera tenet – tenet opera sator, ovvero
“il Creatore ricorda le opere” – “tiene a mente il tuo operato”.
Peraltro, con le lettere suddivise da una immaginaria croce greca centrale si ottengono due volte le parole pater noster.
Sempre sulla facciata si notano iscrizioni di epoca romana, a testimonianza dell’abitudine comune di riutilizzare blocchi di pietra più antichi trovati nelle vicinanze.
Ci sono inoltre, anche dei bassorilievi dell’antica chiesa longobarda, che si riconoscono per gli intrecci di vimini, cerchi e rombi.
Ai lati del portale due bassorilievi raffigurano San Vincenzo e il profeta Davide; un’altra figura maschile con una corona potrebbe essere proprio re Desiderio.
Interno
L’interno, composto da tre navate che finiscono nelle tre absidi con al centro il prezioso ciborio del Duecento, è affascinante per la pulizia e la semplicità della sua pietra liscia.
Molto suggestive le grandi pitture che si affacciano dalla parete dell’abside centrale.
Al centro imponente c’è il Cristo che, seduto sul trono e con gesto benedicente, mostra la scritta ego sum primus et ultimus, circondato dai simboli dei quattro Evangelisti
leone di San Marcobue di San Lucaaquila di San Giovanni angelo di San Matteo
e da due figure dette dagli storici dell’arte di tetramorfo (ossia che assommano i simboli evangelici).
Tutt’intorno ci sono le figure bibliche dei ventiquattro vegliardi dell’Apocalisse. Dentro l’abside, in basso sono raffigurati alcuni Santi benedettini mentre la parte superiore è purtroppo andata perduta.
L’affresco risale al XII secolo ed è molto particolare perché, come ben si nota, è dipinto con un solo colore rosso ocra.
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