Abruzzo da vedere – Navelli il Borgo dello Zafferano
Navelli è uno dei più antichi castelli della diocesi valvense (quinto secolo); oggi è inserito nel circuito dei borghi più belli d’Italia. L’origine del suo nome ha una duplice interpretazione. La tradizione popolare “a grande novelli” cioè unione di nove ville concentrate in un unico castello diventato poi Navelli. Altri fanno risalire l’origine del nome al termine longobardo “nova “ dovuto alla conformazione di Navelli. L’origine del borgo risale al periodo pre-romano quando nella zona sottostante l’odierno abitato si estendeva il “ vicus Incerulae “ e il nome dell’attuale chiesa di Santa Maria In Cerulis sorta sui resti di un tempio dedicato a Ercole Giovio , ne conserva il ricordo. Durante il medioevo, con la nascita del castello, la popolazione si rifugiò nel vicino colle protetto da solide mura. La storia del borgo è caratterizzata da diversi domini i Caracciolo i Gregori di Collepietro , i Tomassetti di Celano, e i Trasmondi.
Il borgo di Navelli si adagia, come una piramide di case e viuzze dal color della pietra, sul vasto altopiano al quale da il nome, “Piana di Navelli”, tra la conca dell’Aquila e quella di Sulmona. È attraversata dal tratturo magno L’Aquila-Fossa, che coinvolgeva le greggi provenienti da Sirente, dalla Majella e dai massicci del Gran sasso verso i vasti pascoli del Tavoliere delle Puglie. Girare all’interno del borgo è un tuffo nel passato per ritrovarsi immersi nel medioevo.
Il borgo, recentemente inserito nel prestigioso club dei Borghi più belli d’Italia, ha origini medievali. Storicamente centro agricolo e pastorale, conosciuto per la produzione dello zafferano. Secondo una leggenda popolare, riportata anche dallo storico aquilano Antinori, il toponimo originario, “Novellum” o “Novelli” dovrebbe derivare dalle nove ville che ne costituivano il territorio; la trasformazione in “Navelli Navellorum”, con la mutazione della vocale e l’adozione della nave nello stemma, sarebbero avvenute in epoca medievale, in omaggio alla partecipazione degli abitanti alle crociate in Terra santa. Altre fonti ritengono che il toponimo derivi dal termine d’origine longobarda “nava” (conca o affossamento), in riferimento alla conformazione dell’altopiano di Navelli.
Le prime testimonianze nel territorio si fanno risalire ai Vestini, che si stanziarono nell’altopiano sin dal VI secolo a.C.
A partire dal VI secolo, il territorio cadde nelle mani dei Longobardi, che lo ricompresero nel ducato di Spoleto. La prima menzione dell’abitato, denominato «Cerule» in assonanza alla precedente città, si evidenzia nel Chronicon Vulturnense ed è databile al 787.
Navelli sorse in epoca altomedievale (VIII-X secolo) dall’unione di più villaggi, nove secondo la tradizione, ciascuno dei quali associato ad una chiesa. Nel 1269, dietro il pagamento di 11 once, partecipò alla fondazione dell’Aquila venendo ricompreso nel quarto di Santa Maria. In questo periodo la famiglia Santucci cominciò nella piana la produzione dello zafferano che divenne in poco tempo una delle principali economie della provincia di L’Aquila. Per tutto il XIV secolo Navelli guadagnò prestigio ed importanza, beneficiando della sua posizione lungo la Via degli Abruzzi che garantiva i commerci tra Firenze e Napoli. Nel VI secolo, con l’esplosione del commercio dello zafferano di L’Aquila, che iniziò ad essere largamente usato nella cucina rinascimentale, il paese si ampliò verso la piana, arrivando a contare 183 fuochi. Nel 1529 gli spagnoli smembrarono il Comitatus aquilano iniziando così la feudalizzazione del territorio; a seguito di ciò Navelli fu concessa ai Caracciolo di Napoli che edificarono il Palazzo Baronale sulle rovine dell’antico castello, al centro dell’abitato. Nel 1656 Navelli subì una gravissima epidemia di peste che uccise 800 persone su un totale di circa mille abitanti, come testimoniato da un’epigrafe — «A.D. MDCLVI Ottingenta iacent defuncta hic corpora peste» — apposta sulla facciata della chiesa del Suffragio, eretta proprio in seguito all’evento. Con l’unità d’Italia il comune fu ricompreso nella provincia di L’Aquila ed arrivò ad includere anche il vicino centro di Civitaretenga. Nel dopoguerra, con l’abbandono della pastorizia e della transumanza, in mancanza di una parallela industrializzazione dell’altopiano, si verificò un progressivo e costante spopolamento della vallata che ha portato, in breve tempo, alla decimazione dei residenti.
Il borgo ha una struttura compatta, con le case arroccate su uno sperone roccioso e sovrastate dal cinquecentesco Palazzo Baronale Santucci, edificato sulle rovine del castello medievale. La parte più antica del paese racchiude angoli di storia contadina: un esempio sono le tre vasche circolari scavate nella pietra, le cosiddette “pilucce”, che servivano da mangiatoia per gli asini al ritorno dai campi. Visitarlo vuol dire rimanere incantati dalla sua graziosa delicatezza. É caratterizzato da una scenografica scalinata dove confluiscono vicoli di straordinaria bellezza arricchiti dalla presenza di archi e piccole cappelle. Le case sono costruite in pietra grigia e si affacciano su stradine strette e tortuose, con gradini scavati direttamente nella roccia.
Oggi la Piana di Navelli è celebre in tutto il mondo per la produzione di zafferano che da secoli, nei mesi di ottobre e novembre, riveste l’esteso altopiano di un fantastico e profumato tappeto viola. Nel 2005 lo Zafferano dell’Aquila è stato iscritto nel Registro delle Denominazioni d’Origine Protetta (DOP). La spezia prodotta in questa zona è differente dagli altri zafferani per il suo grande potere aromatico e per il sapore molto equilibrato e meno amaro. Per questi motivi è la spezia più ricercata da tutti i grandi chef e i ristoranti più famosi al mondo. Sperimentare con mano la lavorazione di questa spezia vuol dire entrare un po’ di più nella storia del territorio, quello della piana di Navelli, e delle persone che la abitano. Il terreno deve seguire una rotazione quinquennale e va lavorato assolutamente senza prodotti chimici. Il fiore va colto la mattina presto, prima che si apra, per evitare contaminazioni dall’esterno che ne comprometterebbero la qualità.
Dal fiore va preso solo il pistillo rosso, niente parti bianche o gialle, inoltre è composto da tre filamenti che devono rimanere uniti per ottenere la DOP, facendo molta attenzione a non spezzarli. In seguito bisognerà tostare questi filamenti usando legno di quercia o mandorlo. Ad agosto si spostano, rigorosamente a mano, i bulbi da un terreno all’altro e tra ottobre e novembre sbocciano i fiori.
La fioritura dura dieci giorni, giorni in cui il tempo è scandito completamente dalle fasi della raccolta.
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